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E'
un concetto che è familiare a tutti. I materiali organici
naturali, che derivano cioè da esseri viventi, giunti
al suolo tendono progressivamente a decomporsi, a sparire.
Questo fenomeno è molto importante per l'ambiente che
deve liberarsi dai rifiuti e dalle scorie per far posto
alla nuova vita. Gli alberi, le piante, le alghe assumono
anidride carbonica dall'atmosfera e la utilizzano per
sintetizzare zuccheri e, da questi, tutte le altre numerosissime
sostanze presenti in natura, grazie al "motore", il
sole, fonte inesauribile di energia.
Questo meccanismo si incepperebbe velocemente, però,
se non esistesse la possibilità inversa, cioè quella
che permette di liberare anidride carbonica a partire
dalla materia organica. Quindi il processo di biodegradazione
ha, nell'equilibrio naturale, pari dignità col processo
inverso di fotosintesi, di cui rappresenta l'esito e
nello stesso tempo la partenza.
Ruolo importante nella biodegradazione è quello dei
microrganismi, che presenti in qualunque ambiente, vivono
coi rifiuti organici occupando l'ultimo anello della
catena alimentare.
La materia organica viene così ritrasformata in anidride
carbonica con la chiusura del ciclo naturale.
La biodegradazione delle materie
plastiche
Storicamente, una delle caratteristiche positive che
ha permesso il largo sviluppo commerciale delle plastiche
è la loro resistenza all’attacco microbico, ossia la
non-biodegradabilità.
Per molti usi e molte applicazioni è necessario avere
materiali che siano inerti all’attacco dei microrganismi
che, in maniera ubiquitaria, colonizzano i vari ecosistemi
naturali. I tubi di plastica a contatto col suolo o
in esso interrati, i film esposti alle intemperie o
usati in luoghi umidi e caldi (es. le tende delle docce):
in tutti questi casi, la crescita di muffe non solo
rappresenta un danno estetico ma spesso costituisce
una perdita di funzionalità del prodotto.
Tuttavia, è ben nota a tutti l'altra faccia della medaglia:
la non biodegradabilità delle plastiche le rende "ingombranti"
da un punto di vista naturale. La fase di biodegradazione,
opposta alla sintesi nell'equilibrio della natura, è
inceppata nelle plastiche.
Le conseguenze di questo "disequilibrio" sono problematiche
per la nostra società: le discariche controllate si
esauriscono velocemente, inondate da centinaia di migliaia
di tonnellate di prodotti di plastica; nei campi svolazzano
brandelli di film utilizzati sempre di più per le pratiche
agricole; la risacca accumula nelle spiagge bastoncini
e altri prodotti multicolori, arrivati coi fiumi dagli
scarichi cittadini.
Il compostaggio
Nell'ultimo decennio è nato un grosso interesse per
l'utilizzo del compostaggio come opzione per il trattamento
della frazione organica dei rifiuti solidi urbani.
In realtà, il compostaggio dei rifiuti organici non
è una novità. Anzi, è una tecnologia piuttosto anziana
che è stata accantonata in quanto economicamente svantaggiosa
rispetto all'uso della discarica, in tempi in cui gli
spazi erano ancora numerosi e non erano noti i problemi
legati all’interramento di rifiuti organici (inquinamento
delle falde acquifere, produzione incontrollata di biogas,
odori molesti). Il compostaggio è un fenomeno spontaneo.
E’ forse capitato a qualcuno di vedere, in campagna,
cumuli di materiale organico (rifiuti, escrementi, segatura,
trucioli di legno, ecc.) produrre calore ed esalare
vapore, come se fosse in atto una combustione senza
fiamma. In realtà il materiale non brucia, anche se
il fenomeno che è alla base dello sviluppo di calore
non è poi così differente dalla combustione. Un cumulo
di rifiuti organici è appetibile per i microrganismi
normalmente presenti nell’ambiente. Se il tenore di
acqua è sufficientemente alto, i microrganismi cominciano
a consumare le sostanze nutritive, ossia a degradare
le molecole organiche, producendo anidride carbonica,
acqua e calore (biodegradazione).
Tale calore, a causa della forma del cumulo, che ha
poca superficie esposta all'atmosfera rispetto al volume
interno, si dissipa con difficoltà. La temperatura della
massa si accresce sempre di più, fino a raggiungere
valori elevati, fino a 60-70 gradi centigradi. L’alta
temperatura aumenta la velocità di degradazione cosicché
il compostaggio, controllato in impianti specifici,
diventa un sistema accelerato di trattamento dei rifiuti
organici. Alla fine del processo il rifiuto iniziale
si è trasformato in una sostanza che è del tutto simile
all'humus, la parte fertile del terreno, ricca di sostanze
organiche.
Questo
prodotto è chiamato compost e può essere utilizzato
come ammendante dei suoli agricoli, per migliorare la
costituzione fisico-meccanica e la fertilità grazie
all'apporto di sostanza organica.
Il compostaggio dei rifiuti
urbani.
Il trattamento dei rifiuti solidi urbani mediante compostaggio
presenta, in linea teorica, aspetti estremamente positivi.
Con il compostaggio si ottiene una trasformazione radicale
del materiale di partenza. Il
rifiuto fresco ha un odore acre ben presto tendente
al putrescente, un aspetto esteticamente spiacevole
ed una notevole pericolosità igienica. Il compost assume
l'odore e l'aspetto del suolo fertile ed è sanitizzato
e stabilizzato in quanto privo di microbi patogeni e
di materiale putrescibile.
Inoltre il compost è meno pesante, occupa meno volume,
ha un minore contenuto d'acqua e quindi non rilascia
liquami. E' cioè un prodotto che può essere trattato,
ossia trasportato, stoccato, manipolato, con modalità
ben differenti da quelle necessarie per il materiale
di partenza che, dopo la raccolta, deve essere urgentemente
neutralizzato mediante interramento in una discarica
o mediante distruzione termica in un inceneritore.
"L'emergenza rifiuto" è anche dovuta al fatto di dover
trattare un materiale per molti versi difficile. L'utilizzo
del compost in agricoltura rappresenta poi la chiusura
di quel ciclo interrotto con l'urbanizzazione, lo spopolamento
delle campagne, l'adozione di pratiche agricole intensive
basate sull'utilizzo di fertilizzanti inorganici al
posto del concime di una volta.
Il materiale organico, allontanato dai campi per arrivare
ai nostri supermercati, tornerebbe al luogo di origine
sotto forma di compost, ossia sostanza adatta a mantenere
la fertilità, prevenire l'erosione dei suoli, diminuire
il dilavamento dei fertilizzanti inorganici, ostacolare
l'insorgenza di microrganismi patogeni per le piante,
tanto per citare alcuni degli aspetti positivi riscontrati
nell'applicazione del compost.
Il compostaggio delle plastiche
Se nel rifiuto solido urbano sono presenti oggetti di
plastica non biodegradabile, questi finiranno nel compost
finale, pressoché inalterati. L'uso di vagli a valle
del processo può ridurre questo problema ma solo parzialmente,
perché solo gli oggetti più voluminosi verranno scartati
ma non quelli più piccoli. Un compost contenente pezzi
di plastica viene considerato di bassa qualità e non
adatto per usi agricoli.
Questo è la ragione per cui le prime esperienze di compostaggio
fatte negli anni '60 erano tutte finite in modo fallimentare.
Gli impianti trattavano rifiuti solidi urbani non differenziati
e producevano perciò compost non vendibile, pieno di
vetro e plastica.
Attualmente il compostaggio è applicato su rifiuti selezionati,
contenenti cioè solo materiale organico biodegradabile.
Le plastiche tradizionali sono bandite. Viceversa le
plastiche biodegradabili sono ammesse al compostaggio,
ma solo se rispondono ai criteri stabiliti dalle norme
che definiscono i materiali compostabili.
Le plastiche compostabili
Per i rifiuti organici naturali, quali i rifiuti di
cucina, gli scarti delle verdure dei mercati ortofrutticoli,
le potature e gli sfalci erbosi, ecc. non si pone il
problema di assicurarsi della loro compostabilità. I
materiali naturali sono biodegradabili e non bisogna
ovviamente dimostrarlo. Viceversa, i materiali fatti
dall’uomo possono essere non biodegradabili, possono
contenere sostanze inquinanti o dare origine a sostanze
tossiche.
Quindi una plastica, per poter essere definita compostabile
deve essere vagliata. Come? Esistono delle norme tecniche
che definiscono le caratteristiche che deve possedere
un materiale per poter essere chiamato “compostabile”.
Il compostaggio di materiali non compatibili, già avvenuto
in passato in assenza di regole e nell’anarchia delle
definizioni e dei metodi di prova, e che ha creato molti
danni, specie nella fiducia degli utenti e dei tecnici
responsabili degli impianti di compostaggio, non è attualmente
più possibile grazie alla norma europea EN 13432.
La norma UNI EN 13432
Attualmente i termini biodegradazione, materiali biodegradabili,
compostabilità ecc. sono molto comuni ma frequentemente
mal utilizzati e sorgente di equivoci.
La norma europea EN 13432 “Requisiti per imballaggi
recuperabili mediante compostaggio e biodegradazione-
Schema di prova e criteri di valutazione per l’accettazione
finale degli imballaggi”, recentemente adottata anche
in Italia con la denominazione UNI EN 13432, risolve
questo problema definendo le caratteristiche che un
materiale deve possedere per poter essere definito “compostabile".
Questa norma è un punto di riferimento per i produttori
di materiali, le autorità pubbliche, i compostatori
e i consumatori.
Secondo la UNI EN 13432, le caratteristiche che un materiale
compostabile deve avere sono le seguenti:
- Biodegradabilità, ossia la conversione metabolica
del materiale compostabile in anidride carbonica. Questa
proprietà è misurata con un metodo di prova standard:
il EN 14046 (anche pubblicato come ISO 14855: biodegradabilità
in condizioni di compostaggio controllato). Il livello
di accettazione è pari al 90% da raggiungere in meno
di 6 mesi.
- Disintegrabilità, cioè la frammentazione e perdita
di visibilità nel compost finale (assenza di contaminazione
visiva). Misurata con una prova di compostaggio su scala
pilota (EN 14045). Campioni del materiale di prova sono
compostati insieme con rifiuti organici per 3 mesi.
Alla fine il compost viene vagliato con un vaglio di
2 mm. La massa dei residui del materiale di prova con
dimensioni > 2 mm deve essere inferiore al 10% della
massa iniziale.
- Assenza di effetti negativi sul processo di compostaggio.
Verificata con una prova di compostaggio su scala pilota.
- Bassi livelli di metalli pesanti (al di sotto di valori
massimi predefiniti) e assenza di effetti negativi sulla
qualità del compost (esempio: riduzione del valore agronomico
e presenza di effetti ecotossicologici sulla crescita
delle piante). Una prova di crescita di piante (test
OECD 208 modificato) è eseguita su campioni di compost
dove è avvenuta la degradazione del materiale di prova.
Non si deve evidenziare nessuna differenza con un compost
di controllo.
Altri parametri chimico-fisici che non devono cambiare
dopo la degradazione del materiale in studio: pH; contenuto
salino; solidi volatili; N; P; Mg; K. Ciascuno di questi
punti è necessario per la definizione della compostabilità
ma, da solo, non è sufficiente. Ad esempio, un materiale
biodegradabile non è necessariamente compostabile perché
deve anche disintegrarsi durante un ciclo di compostaggio.
D’altra parte, un materiale che si frantuma durante
un ciclo di compostaggio in pezzi microscopici che non
sono però poi totalmente biodegradabili non è compostabile.
La norma UNI EN 13432 è una norma armonizzata, ossia
è stata riportata nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità
Europee e pertanto deve esser recepita in Europa a livello
nazionale e fornisce presunzione di conformità con la
Direttiva Europea 94/62 EC, sugli imballaggi e rifiuti
da imballaggio.
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